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martedì 29 settembre 2026

Prima dell’onda di Bruno Brunini, La Vita Felice, 2026, La poesia sulla soglia della cancellazione, nota di Andrea Masotti

 


In questo nuovo libro di poesie di Bruno Brunini, Prima dell’onda, La Vita Felice, 2026, la natura irrompe non come paesaggio da contemplare, ma come forza imprevedibile e distruttiva. C’è un momento, prima che l’acqua travolga ogni cosa, in cui il mondo sembra ancora riconoscibile. Le strade sono ancora strade, le case sono ancora luoghi abitabili, le voci possono ancora raggiungersi. Prima dell’onda  introduce progressivamente il lettore in una dimensione di attesa e sospensione, ci si trova così su una soglia, nel punto incerto tra ciò che ancora esiste e ciò che sta per essere travolto. 

La raccolta sembra svilupparsi proprio lungo questa soglia instabile. Il mondo rappresentato da Brunini è attraversato da una minaccia crescente, alluvioni, frane, eventi metereologici estremi, e con essi, da un senso di disorientamento che coinvolge tanto la realtà esterna quanto quella interiore. L’acqua che “che per strada si alza in un male/copre i ricordi”, invade, trascina, confonde, sommerge gli oggetti intimi e quotidiani, non distrugge soltanto gli spazi fisici, ma sembra penetrare nella memoria e nell’identità. L’immagine di questi versi è emblematica, l’acqua che è insieme elemento naturale e metafora della fragilità dell’esistenza, diventa ciò che rende irraggiungibile quello che prima sembrava stabile e familiare: luoghi, incontri, percorsi. 

È proprio questo passaggio dai fenomeni naturali all'interiorità uno degli elementi più significativi di Prima dell’onda, la frana diventa anche uno “smottamento interiore”, l’esondazione del fiume può essere letta come l’esondazione dei ricordi, delle paure e delle emozioni. Il paesaggio esterno e quello interiore finiscono per sovrapporsi fino a diventare quasi indistinguibili. La catastrofe è ciò che accade all’ambiente e ciò che accade all’uomo quando vengono meno i suoi punti di riferimento. 

La poesia scelta per accompagnare la presentazione del volume, racchiude in sé i temi e le suggestioni dell’intera opera: “l’inondazione si estendeva / nel cieco movimento della piena/e noi ne siamo parte»: l’aggettivo “cieco” attribuito alla piena trova un esito di notevole intensità, la natura travolge, procede senza intenzione, senza una logica comprensibile e senza distinguere tra ciò che deve essere salvato e ciò che può essere perduto. Di fronte a questa forza compare il “noi”: «e noi ne siamo parte» che sancisce la definitiva perdita della distanza tra osservatore e fenomeno. Non siamo spettatori dell’inondazione, ma elementi del suo stesso movimento. L’essere umano è trascinato insieme al mondo che lo circonda.

Da quel momento la poesia procede come una corrente. «Passeggeri di buio sicuro», scrive Brunini, il viaggio avviene senza una meta leggibile; il buio diventa quasi l'unica certezza possibile.

Sfuggendo al controllo dei nessi, anche il linguaggio contribuisce a creare quella sensazione di vulnerabilità, che da prospettive diverse attraversa le sei sezioni del libro. E’  come se la forma imitasse il movimento dell’acqua, che non procede in linea retta, ma devia, ritorna, trascina, interrompe. La sintassi spezzata, gli improvvisi salti d’immagine, producono un effetto di deriva, l’uso potente dell’analogia che ne scaturisce, riflette visivamente e ritmicamente lo sfaldamento. Ma la scrittura non ricostruisce un ordine perduto, si sviluppa invece portando le fratture, che si rivelano cruciali; Brunini, infatti, non si limita a parlare dell'instabilità, ma cerca una lingua capace di abitarla.

Un treno passa «tra le facce dei morti», una città «ritorna in una cronaca», una voce si disperde al telefono. 

Da qui acquistano valore quei «giorni scampati a ogni fine», quegli «attimi salvati dalle onde». L'espressione non ha nulla di enfatico, salvare qui è sottrarre al nulla qualcosa di vitale per quanto fugace: un attimo, una voce, un'immagine. 

La poesia non salva il mondo, salva tracce del mondo. È una distinzione importante, perché impedisce alla raccolta di trasformarsi in una semplice poesia della catastrofe. Il disastro, piuttosto, è il dispositivo attraverso cui Brunini interroga ciò che rimane quando le basi materiali della quotidianità cedono. E ciò che rimane è fragile, discontinuo, spesso anonimo. 

In un trapasso inarrestabile, proprio perché tutto può essere cancellato, la poesia di questo libro, acquista un'urgenza nuova, diventa l’argine nel quale una voce può ancora essere trattenuta, un luogo può ancora essere nominato, un attimo può sottrarsi alla corrente. Il titolo assume allora una risonanza quasi programmatica: scrivere prima dell'onda significa scrivere nel tempo breve che precede la cancellazione, raccogliere ciò che ancora può essere raccolto. I versi di Brunini sembrano affidarsi proprio a questa misura: finché è ancora possibile, la lingua continua a strappare frammenti di luce al silenzio di ciò che scompare.