
In questo nuovo libro di poesie di Bruno
Brunini, Prima dell’onda, La Vita
Felice, 2026, la natura irrompe non come paesaggio da contemplare, ma come
forza imprevedibile e distruttiva. C’è un momento, prima che l’acqua travolga
ogni cosa, in cui il mondo sembra ancora riconoscibile. Le strade sono ancora
strade, le case sono ancora luoghi abitabili, le voci possono ancora
raggiungersi. Prima dell’onda introduce progressivamente il lettore in una
dimensione di attesa e sospensione, ci si trova così su una soglia, nel punto
incerto tra ciò che ancora esiste e ciò che sta per essere travolto.
La raccolta sembra svilupparsi proprio
lungo questa soglia instabile. Il mondo rappresentato da Brunini è attraversato
da una minaccia crescente, alluvioni, frane, eventi metereologici estremi, e con
essi, da un senso di disorientamento che coinvolge tanto la realtà esterna
quanto quella interiore. L’acqua che “che per strada si alza in
un male/copre i ricordi”, invade, trascina, confonde, sommerge gli oggetti
intimi e quotidiani, non distrugge soltanto gli spazi fisici, ma sembra
penetrare nella memoria e nell’identità. L’immagine di questi versi è
emblematica, l’acqua che è insieme elemento naturale e metafora della fragilità
dell’esistenza, diventa ciò che rende irraggiungibile quello che prima sembrava
stabile e familiare: luoghi, incontri, percorsi.
È proprio questo passaggio dai fenomeni
naturali all'interiorità uno degli elementi più significativi di Prima dell’onda, la frana diventa anche
uno “smottamento interiore”, l’esondazione del fiume può essere letta come
l’esondazione dei ricordi, delle paure e delle emozioni. Il paesaggio esterno e
quello interiore finiscono per sovrapporsi fino a diventare quasi
indistinguibili. La catastrofe è ciò che accade all’ambiente e ciò che accade
all’uomo quando vengono meno i suoi punti di riferimento.
La poesia scelta per accompagnare la
presentazione del volume, racchiude in sé i temi e le suggestioni dell’intera
opera: “l’inondazione si estendeva / nel cieco movimento della piena/e noi ne
siamo parte»: l’aggettivo “cieco” attribuito alla
piena trova un esito di notevole intensità, la natura travolge, procede senza
intenzione, senza una logica comprensibile e senza distinguere tra ciò che deve
essere salvato e ciò che può essere perduto. Di fronte a questa forza compare il
“noi”: «e noi ne siamo parte» che sancisce la definitiva perdita della distanza
tra osservatore e fenomeno. Non siamo spettatori dell’inondazione, ma elementi
del suo stesso movimento. L’essere umano è trascinato insieme al mondo che lo
circonda.
Da quel momento la poesia procede come
una corrente. «Passeggeri di buio sicuro», scrive Brunini, il viaggio avviene
senza una meta leggibile; il buio diventa quasi l'unica certezza possibile.
Sfuggendo al controllo dei nessi, anche
il linguaggio contribuisce a creare quella sensazione di vulnerabilità, che da
prospettive diverse attraversa le sei sezioni del libro. E’ come se la forma imitasse il movimento
dell’acqua, che non procede in linea retta, ma devia, ritorna, trascina,
interrompe. La sintassi spezzata, gli improvvisi
salti d’immagine, producono un effetto di deriva, l’uso potente dell’analogia
che ne scaturisce, riflette visivamente e ritmicamente lo sfaldamento. Ma la
scrittura non ricostruisce un ordine perduto, si sviluppa invece portando le
fratture, che si rivelano cruciali; Brunini, infatti, non si limita a parlare
dell'instabilità, ma cerca una lingua capace di abitarla.
Un treno passa «tra le facce dei morti»,
una città «ritorna in una cronaca», una voce si disperde al telefono.
Da qui acquistano valore quei «giorni
scampati a ogni fine», quegli «attimi salvati dalle onde». L'espressione non ha
nulla di enfatico, salvare qui è sottrarre al nulla qualcosa di vitale per
quanto fugace: un attimo, una voce, un'immagine.
La poesia non salva il mondo, salva
tracce del mondo. È una distinzione importante, perché impedisce alla raccolta
di trasformarsi in una semplice poesia della catastrofe. Il disastro,
piuttosto, è il dispositivo attraverso cui Brunini interroga ciò che rimane
quando le basi materiali della quotidianità cedono. E ciò che rimane è fragile,
discontinuo, spesso anonimo.
In un trapasso inarrestabile, proprio
perché tutto può essere cancellato, la poesia di questo libro, acquista
un'urgenza nuova, diventa l’argine nel quale una voce può ancora essere
trattenuta, un luogo può ancora essere nominato, un attimo può sottrarsi alla
corrente. Il titolo assume allora una risonanza quasi programmatica: scrivere
prima dell'onda significa scrivere nel tempo breve che precede la cancellazione,
raccogliere ciò che ancora può essere raccolto. I versi di Brunini sembrano
affidarsi proprio a questa misura: finché è ancora possibile, la lingua continua
a strappare frammenti di luce al silenzio di ciò che scompare.